Il 9 marzo 2019 sono andata al Teatrino di Palazzo Grassi, a Venezia, a vedere un festival di cortometraggi. Ci sono finita più per semplice curiosità che per uno specifico interesse e quindi mi son seduta in platea aperta a qualsiasi cosa. Nella più classica serendipity mi son trovata di fronte a Moriyama-san, un documentario di Ila Bêka e Louise Lemoine (Francia, 2017, 63′; qui il primo e il secondo trailer) su Yasuo Moriyama, eremita urbano e collezionista musicale che vive nella periferia di Tokyo, e sulla sua casa, uno dei più importanti esempi dell’architettura giapponese contemporanea.
Moriyama House (Ryüe Nishizawa, 2002) è un progetto architettonico che consiste in un’abitazione modulare, che non saprei come altro definire se non “diffusa”, dove vive appunto Moriyama, e di altre sei unità indipendenti non “diffuse” dove vivono altri inquilini.
Abitazione diffusa significa che le varie stanze della casa, anche se non tutte, corrispondono a moduli diversi, disposti separatamente nel giardino (comunque sempre dentro un quartiere ultra urbanizzato di Tokyo). Per esempio la stanza da letto è un singolo parallelepipedo bianco, disposto orizzontalmente, paracadutato fra gli alberi e le piante; lo stesso vale per il bagno e così via. Sì, se piove serve un ombrello per spostarsi fra le varie stanze della casa. Gli spazi fra le stanze e fra le unità abitative sono lasciati agli elementi naturali e ai sentieri del giardino, concepiti come viottoli e vicoli.
Ci sono anche moduli più grandi, a più piani: parallelepipedi bianchi verticali. Qui si trovano altre stanze dell’abitazione di Moriyama e gli appartamenti degli altri abitanti.
Tutti i moduli sono bianchi, con l’unica variante cromatica degli interni di legno naturale, arredati con un rigore minimale fino all’estremo. E tutti i moduli si aprono verso l’esterno con amplissime portefinestre e vetrate. Ci sono però anche stanze seminterrate come quella, priva di mobili se non per una sedia, dove Moriyama ascolta la sua musica (che non può che essere quella minimale fino all’estremo di Otomo Yoshihide e di Ryoji Ikeda).
Pur vivendo in unità abitative distinte, tutti gli inquilini inevitabilmente si incrociano durante la giornata. A volte, di sera, si ritrovano sul terrazzo che fa da tetto di una delle abitazioni per guardare un film che viene proiettato sulla parete di uno degli edifici vicini.








Speriamo piova quando decidono di vedere il film
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